“Nei centri per anziani e disabili (le ex case protette, chiamate oggi comunità integrate) non vengono fatti controlli adeguati: i Comuni autorizzano le strutture, ma non sempre vigilano sui parametri per i quali hanno dato l’ok all’apertura e soprattutto non ci sono verifiche costanti nel tempo”. Nemmeno le Asl, che pure versano al giorno 10 euro e 40 centesimi a paziente, “indagano continuativamente sulle rispetto delle regole: per esempio sul numero di operatori impiegati o sul totale dei posti letto”. Lo dicono Tiziana Annunziata e Antonello Pili: la prima è la responsabili delle comunità per anziani di Quartu (Il Fenicottero) e di Mandas (San Giacomo), gestite dalla cooperativa “Il mio mondo”, di cui Pili è il direttore. Sardinia Post li ha incontrati ieri mattina per capire come funzionano le strutture socio-sanitarie, alla luce di quanto emerso all’Aias di Decimonannu con quattordici indagati per i presunti maltrattamenti (leggi qui cosa hanno detto).
Dal racconto dei due dirigenti è anche venuta fuori una giungla tutta sarda sulla gestione complessiva del sistema: oltre agli scarsi controlli , “nell’Isola si opera con una legge vecchia di ventotto anni, la numero 4 del 1988. E questo perché – spiegano Annunziata e Pili – manca il regolamento attuativo della nuova legge, la 23 del 2005, di fatto inapplicata”.
Il primo effetto di questo ritardo normativo è che “gli organici sono sottodimensionati: ogni sei pazienti è ancora previsto un solo operatore socio-sanitario (Oss) contro la proporzione di 1 a 3 contenuta nella bozza di regolamento scritta nel 2013 da tutte le associazioni del terzo settore e mai approvata dalla Regione”. La legge 4 fissa poi l’impiego di un infermiere ogni 20 ospiti “anziché un rapporto di almeno 1 a 15”. Gli operatori, contestualmente, chiesero l’aumento del contributo Asl, “dagli attuali 10,40 euro a 35, allineando la Sardegna alla media nazionale. Ma la revisione delle tariffe è stata sollecitata anche per permettere alle strutture di adeguare le risorse umane ai bisogni assistenziali e sanitari degli utenti”.
Annunziata e Pili mettono in evidenza anche un secondo elemento “disfunzionale del sistema: gli Uvt, cioè le unità valutative territoriali che fanno capo alle Asl e decidono dove dislocare i pazienti, tendono a sottostimare le loro condizioni: quindi capita che alcuni utenti con problemi gravi vengano assegnati a strutture non organizzate per gestire quel tipo di cure. Le Asl centrano sì l’obiettivo del risparmio, ma lo fanno sulla pelle dei malati e anche degli stessi centri assistenziali, obbligati a lavorare in condizioni di emergenza”.
La mancata approvazione del regolamento attuativo della legge 23/2005 ha impedito anche l’entrata in vigore del cosiddetto parere di compatibilità. “Si tratta – chiariscono Annunziata e Pili – di un’ulteriore verifica, stavolta in capo alla Regione, da aggiungere alla procedura autorizzativa gestita dai Comuni. La richiesta di questo parere è sempre una proposta delle cooperative sociali che nel 2013 l’hanno inserita nel regolamento. Ma a tutt’oggi l’assessore alla Sanità, Luigi Arru, non si è ancora espresso, malgrado il documento sia stato sottoposto alla sua attenzione a inizio legislatura. Siamo fiduciosi ciò avvenga quanto prima”.
Sempre stando alle testimonianza di Annunziata e Pili, “solo i carabinieri fanno visite a sorpresa nelle strutture, verificando anche la qualità dei servizi, compresa la scadenza dei medicinali”.
Non sembra andare meglio con l’organizzazione nelle comunità alloggio che, a differenza di quelle integrate, ospitano solo anziani autosufficienti, fino a un massimo di sedici. “C’è un Oss ogni otto pazienti e un unico educatore per l’intera struttura. Ci risultano, peraltro, casi di centri con un numero di posti letto maggiore rispetto a quello autorizzato”.
Al. Car.
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